La polarizzazione dell’olio d’oliva: dopo l’UE quasi nulla

L’Unione Europea è leader incontrastata per la produzione e l’esportazione di olio d’oliva. Spagna, Italia, Grecia e Portogallo soddisfano, in totale, circa il 90% della domanda mondiale. All’interno dell’UE si produce, in tutto, il 49% dell’olio consumato in tutto il mondo.

Una questione di qualità

Esiste, evidentemente, una significativa sproporzione tra le quote di mercato conquistate dagli olivicoltori UE e la quantità di olio prodotto: i produttori europei coltivano circa la metà dell’olio mondiale ma ne esportano la quasi totalità, lasciando solo un decimo delle quote globali ai restanti mercati. La ragione va trovata principalmente nella diversa qualità del prodotto finale; basti pensare che l’Italia, terza per produzione al mondo, è il Paese che può contare il maggior numero di prodotti di eccellenza riconosciuti a livello comunitario, con ben 41 etichette DOP e 1 IGP. La Spagna, che da sola commercializza il 60% dell’olio di oliva al mondo, ne conta 31, di cui 24 riconosciuti dall’UE.

Paesi come Tunisia, Marocco, Turchia e Siria, realtà che sorgono anch’esse all’interno del sistema climatico mediterraneo, si dimostrano, ad oggi, incapaci di competere con la produzione europea, per via soprattutto di metodologie di lavoro meno garanti della qualità e non hanno strutturato un sistema di controllo e di certificazione capace di battagliare sui principali mercato mondiali con quelli italiano, spagnolo, greco e portoghese.

Produzione interna: domina il Mezzogiorno

L’olio extravergine di oliva pugliese assorbe il 37% della produzione nostrana, quello calabrese il 33% e quello siciliano il 9,5%. Le tre realtà regionali, insieme a Calabria, Basilicata e Sardegna, producono in tutto l’88% dell’olio Made in Italy, mentre appena il 2% dell’olio italiano proviene da vigneti del nord Italia.

L’olio di oliva è prodotto in 19 delle 20 regioni italiane, con l’unica eccezione della Valle d’Aosta che, per tipologia di clima e vastità territoriale, si dimostra non adatta alla produzione di ulivi, i quali necessitano di un clima mite per dodici mesi l’anno.

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