Mostre Milano: il Mudec celebra il grande Basquiat

Tra le mostre di Milano in programmazione, merita senz’altro interesse quella del Mudec dedicata all’artista Newyorkese Basquiat, aperta fino al 26 Febbraio.

 

 

Sono tante e davvero molto interessanti le mostre di Milano inaugurate sul finire di questo 2016 e che lasceranno le porte aperte anche con l’arrivo del 2017. Tra queste, merita particolare interesse quella ospitata fino al 26 Febbraio dal MUDEC di Milano: una sorprendente esposizione dedicata al controverso artista statunitense Jean Michel Basquiat, l’artista che, insieme a Keith Haring, ha saputo elevare l’arte del graffito dalle strade metropolitane ai grandi musei mondiali.

 

«Da quando avevo 17 anni, ho sempre pensato che sarei diventato una star. Dovrei pensare ai miei eroi, Charlie Parker, Jimi Hendrix… avevo un’idea romantica di come le persone diventassero famose» (Jean-Michel Basquiat).

La breve parabola della vita di Jean-Michel Basquiat, che nacque a New York nel 1960 e si spense a soli 27 anni nella Grande Mela, contribuì a creare una leggenda intorno a lui e alla sua arte.

Le circa cento opere esposte al Mudec, nella mostra di Milano, permettono di ricostruire la storia del suo percorso artistico in cui si sono fuse magistralmente le sue radici africane con la realtà della vita urbana newyorchese.

Una vita travagliata quella di Basquiat, definito il James Dean dell’arte moderna, iniziata nel sobborgo di Brooklyn dove viveva con il padre, che proveniva da Haiti, e con la madre statunitense ma di origini portoricane, che lo avvicinò all’arte.

 

Basquiat era un autodidatta. Studiò da solo la storia dell’arte sfogliando libri e memorizzandone le illustrazioni. La sua arte rispecchia i ritmi, i rumori e la vita della città. I suoi quadri incorporano immagini della cultura alta con quella popolare. Rovesciando le gerarchie artistiche culturali. Il suo è un tentativo di recupero di un’arte delle origini.

L’ambiente newyorkese in cui si trovava era una realtà creativa molto dinamica ma anche molto degradata. In particolare il quartiere in cui operava l’artista di brooklyn e in cui fu notato agli inizi degli anni Ottanta per la sua poesia di strada. Frasi criptiche, proteste sincopate, dichiarazioni esistenziali. In quasi tutte le opere di Basquiat è presente il motivo della scrittura sotto diverse forme. Io uso le parole come fossero pennellate, sosteneva. La parola è la radice del suo pensiero. La utilizza come segno grafico e come significante, la manipola, ci gioca o semplicemente la riduce a prelievo. A volte cancella i vocaboli per dar loro rilievo.

Abbozzi di personaggi disperati con cui voleva ricordare le sue origini, riferimenti al jazz, visioni infantili e semplici pittogrammi; colori portati sulla tela di getto, spesso strizzandovi sopra direttamente i tubetti.

 

Sono poche le opere prodotte dall’artsita, morto a 27 anni per overdose, e dunque appare eccezionale averne raccolte circa cento per questa rassegna, che per la gran parte provengono dalla collezione dell’imprenditore israeliano Josef Mugrabi. Aveva acquistato diversi lavori di Basquiat dopo averlo conosciuto attraverso Andy Warhol. Poco più che bambino, Basquiat era rimasto colpito dai giovani autori dei graffiti con cui venivano ricoperti i muri delle periferie di New York. Si era così unito a loro. Oltre che sui muri, dipingeva sui materiali di scarto che trovava nelle strade. A notare il suo talento fu lo stesso Warhol, che lo proiettò nell’ambiente artistico della grande città americana.

 

L’esposizione è curata da Jeffrey Deitch, amico dell’artista, nonché critico, curatore ed ex direttore del Moca di Los Angeles, e da Gianni Mercurio, curatore e saggista. Il percorso è stato pensato con una duplice chiave di lettura: da una parte quella geografica legata ai luoghi che hanno segnato il percorso artistico di Basquiat, dall’altra parte quella cronologica.

 

I visitatori potranno così ripercorrere la vita, le gioie e le insicurezze di questo giovane artista newyorkese, scomparso a soli 27 anni: un ragazzo pieno di talento, ma attanagliato dalle proprie fragilità, ritrovatosi immerso in una società che lo acclamava per le sue opere, ma lo rifiutava per il colore della pelle.

 

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